Table Of ContentLadri di Biblioteche
W.B. Yeats
Autobiografie
Traduzione di Alessandro Passi
Adelphi eBook
TITOLO ORIGINALE:
Autobiographies
Quest’opera è protetta
dalla legge sul diritto d’autore
È vietata ogni duplicazione,
anche parziale, non autorizzata
In copertina: W.B. Yeats in un disegno a carboncino
di John S. Sargent (1908). Collezione privata
Prima edizione digitale 2022
© 1994 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
www.adelphi.it
ISBN 978-88-459-8178-4
A
QUELLE POCHE PERSONE
IN GRAN PARTE AMICI PERSONALI
CHE HANNO LETTO
TUTTO CIÒ CHE HO SCRITTO
AUTOBIOGRAFIE
«RÊVERIES» SU INFANZIA E GIOVINEZZA
PREFAZIONE
Talvolta, quando ricordo un parente che mi è stato caro o
un episodio strano del passato, vago qua e là finché non
trovo qualcuno con cui parlare. Dopo un po’ mi accorgo che
il mio ascoltatore si annoia; ma ora che ho messo tutto per
iscritto potrei anche incominciare a dimenticare ogni cosa.
In ogni modo, dal momento che un libro si può sempre
chiudere, il mio amico non correrà più il rischio di
annoiarsi.
Per quanto ne so, non ho cambiato nulla; eppure avrò di
sicuro alterato molto senza saperlo; scrivo infatti dopo anni
e anni, senza aver consultato né amici, né lettere, né vecchi
giornali, e descrivo i ricordi che riaffiorano più di
frequente.
Dico questo nel timore che qualche superstite amico della
mia giovinezza si rammenti le cose in forma diversa e
rimanga offeso da questo libro.
W.B. YEATS
Natale 1914
I
I miei primi ricordi sono frammentari, isolati,
contemporanei, come quelli di chi ricordasse alcuni primi
momenti dei Sette Giorni. È come se il tempo non fosse
stato ancora creato, poiché tutti i pensieri sono collegati a
un’emozione e a un luogo senza alcun ordine.
Mi rivedo seduto sulle ginocchia di qualcuno, davanti a
una finestra irlandese, oltre la quale scorgo un muro con
l’intonaco screpolato e cadente; non ricordo che muro
fosse, ma qualcuno mi dice che lì abitava un tempo un
nostro parente. Guardo fuori da una finestra a Londra. È in
Fitzroy Road. In strada ci sono ragazzi che giocano, e uno
di loro è in divisa, forse un fattorino del telegrafo. Quando
chiedo chi sia, una domestica mi dice che sta per far saltare
in aria la città, e me ne vado a letto in preda al terrore.
Seguono alcuni ricordi di Sligo, dove vivo con i nonni.
Sono seduto per terra e guardo un giocattolo, un battello
disalberato che ha la vernice consunta e graffiata, e con
grande malinconia mi dico: «È molto più lontano di una
volta»; e mentre lo dico osservo un lungo graffio a poppa,
poiché è soprattutto il graffio a essere più lontano. Poi, un
giorno, a cena, il mio prozio William Middleton dice: «Non
dovremmo prendere alla leggera le pene dei bambini. Sono
più grandi delle nostre, perché noi possiamo scorgere la
fine delle nostre pene, mentre loro una fine non la vedono
mai». Gli sono grato, perché so di essere molto infelice e
spesso mi sono detto: «Quando sarai grande, non parlare
mai, come fanno i grandi, della felicità dell’infanzia». C’era
forse già stata quella notte d’angoscia in cui, dopo aver
pregato per diversi giorni di poter morire, cominciai a
temere di essere davvero in punto di morte e pregai di
poter vivere. La mia infelicità non aveva motivo. Nessuno
mi trattava male, e dopo tutti questi anni penso ancora a
mia nonna con gratitudine e venerazione. La casa era così
grande che c’era sempre una stanza in cui nascondersi;
avevo un pony rosso, un giardino in cui vagare, e c’erano
due cani che mi stavano sempre alle calcagna, uno bianco
con macchie nere sulla testa e l’altro tutto nero e peloso.
Pensavo spesso a Dio, immaginandomi di essere molto
malvagio; e un giorno, nel lanciare un sasso, colpii per
disgrazia un’anatra in cortile, spezzandole un’ala; rimasi
sbalordito quando mi dissero che l’anatra sarebbe stata
cucinata per cena e che non mi avrebbero punito.
La mia infelicità era in parte solitudine e in parte paura
del vecchio William Pollexfen, mio nonno. Non mi trattava
mai male, né ricordo che mi abbia mai parlato con durezza,
ma era costume temerlo e ammirarlo. Gli era stata data la
cittadinanza onoraria di una città spagnola, forse per aver
salvato qualche vita umana; ma era così taciturno che la
moglie venne a saperlo solo quando lui era vicino agli
ottant’anni, e solo per la visita casuale di un vecchio
marinaio. «È vero?» gli chiese; e il nonno disse di sì, ma lei
lo conosceva troppo bene per fare domande e il vecchio
compagno di bordo era già ripartito. Anche lei aveva
l’abitudine al timore. Sapevamo che era stato in molte parti
del mondo, perché aveva sulla mano una grande cicatrice
lasciata da un arpione per balene, e nella sala da pranzo
c’era uno stipo che conteneva frammenti di corallo, un
vasetto di acqua del Giordano per battezzare i figli,
quadretti cinesi su carta di riso e un bastone da passeggio
in avorio, proveniente dall’India, che ereditai alla sua
morte. Fisicamente fortissimo, aveva fama di non dare mai
ordini che non fosse disposto a eseguire lui stesso. Era
proprietario di molti velieri, e una volta, quando un
capitano che aveva appena gettato l’ancora a Rosses Point
riferì di un’avaria al timone, gli mandò a dire: «Faccia
scendere un uomo a vedere cosa c’è che non va». La
risposta fu: «Tutto l’equipaggio si rifiuta»; al che mio nonno
ribatté: «Vada giù lei»; e poiché quello non obbediva si