Table Of ContentA 31 anni Arianna decide che l'aria di città è diventata irrespirabile.
L’insofferenza verso i ritmi urbani, lo smog, gli snob fissati con i
prodotti bio e l'inquinamento acustico, è salita alle stelle e l’unica
soluzione accettabile, per lei, è quella di mollare tutto e partire. Nella
zona dell’Oltrepò pavese trova un vecchio fienile e, col cuore colmo di
entusiasmo, si lancia in una nuova vita, totalmente diversa da quella di
prima.
A bordo di un enorme fuoristrada, insieme ai suoi gatti e al cane,
che con lei saranno i protagonisti di molte vicende del libro, parte per
la grande avventura. Ma nel brusco passaggio dall’esistenza di
cittadina sempre in viaggio per lavoro a quella di misantropa che va a
letto con le galline, scoprirà che la vita tanto agognata nasconde in
realtà aspetti non proprio esaltanti. Da qui il racconto esilarante di
tutte le sfide che la condizione rustica pone: dalla descrizione dei
vicini, in verità lontanissimi, al resoconto atterrito delle sagre di paese,
dall’analisi del cibo spacciato per biologico nei supermercati alla
scarsità di genere maschile appetibile nel raggio di chilometri, il libro è
una spassosa panoramica sulla vita in campagna, distante anni luce
dalle pastorellerie e dai quadretti bucolici della tradizione. Con grande
ironia e situazioni paradossali, Fottuta campagna evidenzia le
difficoltà pratiche del mondo green, l’isolamento cui necessariamente
costringe la vita agreste, le strazianti conseguenze della lontananza
fisica dal consesso civile.
Un anti-inno alla semplicità della vita all’aria aperta che mette in
guardia da un’idea molto diffusa e forse troppo idillica della
campagna.
I edizione: marzo 2016
© 2016 Fazi Editore srl
Via Isonzo 42, Roma
Tutti i diritti riservati
ISBN: 978-88-7625-856-5
www.fazieditore.it
Arianna Porcelli Safonov
Fottuta campagna
Tutta colpa di Titiro
MERAVIGLIE
Fortunate senex, hic inter flumina nota
et fontis sacros, frigus captabis opacum;
hinc tibi, quae semper, vicino ab limite, saepes
hyblaeis apibus florem depasta salicti
saepe levi somnum suadebit inire susurro.
Vecchio fortunato, qui tu godrai la frescura
fra note acque correnti e sacre sorgenti;
la siepe vicina, da cui le api suggono il fiore dei salici,
ti inviterà come sempre col suo lieve sussurro
a prender sonno.
Virgilio, Bucoliche, I, 50-55
Mario,
è come se l'avessi scritto tu.
Io ho solo aggiunto le parolacce.
I giorni del vaffanculo
Quanti luoghi comuni uso durante la mia giornata?
Non per vantarmi, ma sono bulimica di luoghi comuni.
Si tratta di un’ingordigia causata da una buona educazione ricevuta
tanti anni fa, anche se mai richiesta: una bella, grossa e cordiale
educazione comprata a caro prezzo dai miei genitori e perfezionata in
un contesto urbano, a Roma, città dove tuttavia è impossibile
esprimere buona educazione, specialmente quella civica.
In città ho assimilato tutti i giudizi e le morali socialmente utili per
programmare il mio comportamento civile e raggiungere una discreta
antipatia.
Complici la città e la grande educazione, sono arrivata ai trenta
trascinandomi dietro una gamma di “borgheserie” così imponente che,
prima di scrivere Fottuta campagna, avevo pensato a un processo al
bon ton, un dizionario con tutti i moralismi e le illusioni che affollano
un modello base di cervello adulto.
Poi ho ragionato (quello del ragionamento è un movimento
cerebrale che mi stupisce sempre) e ho pensato che un vademecum di
pregiudizi non avrebbe venduto molto, perché oggi va così di moda
essere liberali e open-minded che leggere un libro che sostiene il
contrario ci sembrerebbe offensivo, amorale. Quindi molto meglio
scrivere cazzate.
Sulla campagna, ad esempio.
Sul verde e sul bio, argomenti caldissimi oggi, sui quali tutti hanno
qualcosa da dire anche se pochi conoscono la materia fino in fondo
(come avviene sempre con gli argomenti caldissimi).
Mi ci sono trasferita pensando che per avere autorevolezza su un
argomento lo si debba approfondire, così ho preso e sono andata a
vivere in mezzo ai campi. Ma anche scrivendo di campagna, pagina
dopo pagina, ecco che i pregiudizi continuano a perseguitarmi:
continuo ad aspettarmi di trovare anche qui, in mezzo ai contadini,
contesti molto lontani dalla mia personale realtà.
Imbevuta di razzismi su luoghi, persone, fiori, frutta e animali, a
poco a poco guarisco, ammettendo la disarmante autorità che il
pregiudizio ha avuto fino a questo momento nella mia vita,
all’apparenza così fricchettona.
Un’ammissione dolorosa ma liberatoria, una consapevolezza resa
possibile grazie a un procedimento catartico che ho definito in gergo
tecnico: “I giorni del vaffanculo”.
Candidi e inattesi, profetici e illuminanti, questi giorni arrivano per
concederci l’opportunità di fare pulizia di persone e convinzioni che
non rappresentano più nulla di positivo nella nostra esistenza.
Se ci abbandoniamo a essi, diamo il via a un processo di
purificazione che ci farà realizzare quanta fiducia abbiamo riposto in
soggetti e oggetti inutili quanto deleteri, e quante verità supposte (nel
senso che tante volte, a causa loro, ce la siamo spesso presa in quel
posto) ci hanno tenuti sotto scacco senza che ci balenasse per un
attimo il dubbio che si potesse trattare di stronzate.
Un processo di illuminazione che ci libera da tutti i pesi morti
attraverso una raffica di salvifici vaffanculo irradiati nella nostra
atmosfera.
Una forza centrifuga alla quale è fondamentale aprire la porta e,
con tanta consapevolezza, dare carta bianca per far nascere magnifiche
rivoluzioni nella nostra vita, altrimenti rischiamo di perdere una
preziosa occasione di rinascita rimanendo immersi nel nostro brodo di
idiozie civili.
I pregiudizi sono la camorra del cervelletto, e il mio preferito era
legato al meraviglioso mondo della natura, alla vita nel verde (da non
confondere con la vita al verde, che di meraviglioso ha molto poco),
alla campagna, a quel luogo che non ha mai smesso di affascinare
l’essere umano, almeno fino a quando è rimasto un ideale irrealizzato.
Voglio dire: Virgilio scriveva di pastori ma rimaneva col sedere
piazzato sui cuscini della sua casa piena di colonne e Ippolito Caffi
dipingeva gli scorci di rovine romane abbracciate dai rampicanti ma
poi se ne tornava a fumare sul terrazzo del suo palazzo veneziano. Oggi
la storia non è cambiata: amiamo il verde, compriamo prodotti
biologici, ma non sappiamo cosa sia l’olio di palma e inquiniamo i
campi dove produciamo quello che mangeremo.
Affittiamo il casale nel Chianti e la prima notte in cui ci dormiamo
abbiamo un attacco di panico perché non avevamo mai sentito tanto,
gigantesco, assordante silenzio.
I miei giorni del vaffanculo hanno dovuto combattere una guerra
impietosa, ma necessaria, dalla quale sono nate le pagine di fottuta
campagna come un diario di battaglia, un De bello bucolico.
Non dico che l’illusione porti alla morte, ma credo che spesso possa
causare un sacco di altri guai anche peggiori. La radice delle più
antiche disgrazie è l’idea romantica che nutriamo nei confronti di
qualcosa, la bramosia che ci fa pretendere che l’oggetto (o il soggetto)
del nostro desiderio si comporti esattamente in un modo: il nostro.
I pregiudizi creati dall'illusione ci scaldano e ci rassicurano per
molto tempo, ma a ciascuno di essi corrisponde una disillusione
devastante quanto miracolosa.
Sfatare un pregiudizio toglie la terra da sotto i piedi, ma a lungo
andare regala un senso di vera e propria redenzione.
Fottuta campagna è il racconto di come la mia vita sia stata messa
in pericolo dall'illusione di conoscere a fondo il significato della parola
“campagna”.
E la morale è la seguente: ricordati che è importante conoscere
bene il significato delle parole, delle cose e delle persone che credi di
desiderare, soprattutto se vuoi smettere all’istante di volerle.
Sono nata e ho vissuto per ventidue anni in un centro residenziale
pieno di aiuole, cacche di cane raccolte nelle bustine di plastica,
vigilanza notturna e tennisti educati, pensando che quella fosse
campagna, sicura che la campagna fosse dove c’è verde, aria buona e
dove c'è il labrador che corre con la pallina in bocca.
Senza dubbio è tutto questo. Ma non solo.
La campagna è ben altro.
E per capirlo ho dovuto viverlo, quel fottuto ben altro.