Table Of ContentIn questo libro Giovanni Reale – il massimo studioso italiano di
filosofia antica –, basandosi rigorosamente sulle fonti,
ricostruisce la dirompente e scandalosa novità del pensiero
socratico e traccia l’indimenticabile ritratto di un pensatore
che scelse la morte per non rinnegare le proprie idee, per
rispettare le leggi, per testimoniare la sua fede
nell’immortalità dell’anima.
Giovanni Reale (Candia Lomellina, Pavia 1931) insegna
Storia della filosofia antica all’Università Vita-Salute del San
Raffaele. È autore di fondamentali contributi sui presocratici,
Socrate, Platone, Aristotele, Seneca, Plotino e di una Storia
della filosofia greca e romana (Bompiani 2004). Le sue opere
sono tradotte in tredici lingue. Ha coordinato la traduzione
completa dell’opera platonica, ora edita da Bompiani. Scrive
regolarmente per la pagina culturale del “Sole 24 Ore”.
GIOVANNI REALE
SOCRATE
Alla scoperta della sapienza umana
Proprietà letteraria riservata
© 2000 RCS Libri S.p.A, Milano
eISBN 978-88-58-65717-1
Prima edizione digitale 2013
In copertina: Socrate, I sec. Museo Archeologico di Efeso
© Erich Lessing / Art Resource, NY
Art Director: Francesca Leoneschi
Progetto grafico: Emilio Ignozza / theWorldofDOT
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Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Fuori dalla cristianità non c’è che Socrate.
Tu, o natura nobile e semplice,
tu eri veramente un riformatore.
Kierkegaard, Diario, 10, p. 140, n. 3910
Socrate – lo confesso - mi è talmente vicino,
che devo quasi sempre combattere contro di lui.
Nietzsche, estate 1895
Prefazione
LA FIGURA DI SOCRATE
NELLA SUA AMBIVALENZA
STRUTTURALE E NEL SUO
MESSAGGIO
PROVOCATORIO
L’immagine più bella e più toccante della figura di Socrate è
stata tracciata da Platone nel finale del Simposio. Si tratta di
un testo riconosciuto dai più attenti studiosi come
storicamente molto attendibile, e largamente confermato dalle
testimonianze di altri autori, oltre che dalla abbondante
iconografia pervenutaci.
Converrà leggere le parole stesse di Platone, messe in bocca
ad Alcibiade che entra ubriaco al banchetto in casa di
Agatone: «Signori miei, io comincerò a lodare Socrate così,
mediante immagini. Forse egli crederà che io voglia
rappresentarlo in modo ridicolo. Ma l’immagine mira allo
scopo del vero e non a quello del riso. Dico, dunque, che egli
assomiglia moltissimo a quei Sileni, messi in mostra nelle
botteghe degli scultori, che gli artigiani costruiscono con
zampogne e flauti in mano, e che, quando vengono aperti in
due, rivelano di contenere dentro immagini di dèi. E inoltre
dico che egli assomiglia al satiro Marsia. In effetti, Socrate,
neppure tu potresti mettere in dubbio che nella tua figura sei
simile a questi»1.
La somiglianza con il Sileno era dovuta soprattutto agli
occhi sporgenti, al naso schiacciato e alle labbra tumefatte; la
somiglianza con Marsia era basata sulla potenza e sulla
capacità d’incanto che provenivano dalla bocca di Socrate, con
la sola differenza che, mentre la potenza di Marsia derivava
dal suono dello strumento musicale del flauto, quella di
Socrate dipendeva dalle sole parole che uscivano dalla sua
bocca.
Però i tratti del viso di Socrate che assomigliano a quelli di
un Satiro non sono se non un rivestimento esteriore, in quanto,
dice Alcibiade: «dentro, se lo si apre, immaginate di quanta
temperanza è ripieno?»2.
Con la stessa immagine vengono rappresentati anche i
discorsi di Socrate, oltre che il suo viso: «Anche questo in
principio non vi ho detto: che i suoi discorsi assomigliano
moltissimo ai Sileni che si aprono. Infatti, se uno intendesse
ascoltare i discorsi di Socrate, gli potrebbero sembrare del
tutto ridicoli: tali sono i termini e le espressioni con cui sono
avvolti dal di fuori, appunto come la pelle di un arrogante
Satiro. Infatti, parla di asini da soma e di fabbri e di calzolai e
di conciapelli, e sembra che dica sempre le medesime cose
con le medesime parole, al punto che ogni uomo che non lo
abbia praticato e non capisca riderebbe dei suoi discorsi. Ma
se uno li vede aperti ed entra in essi, troverà, in primo luogo,
che sono i soli discorsi che hanno dentro un pensiero, e, poi,
che sono divinissimi e hanno in sé moltissime immagini di
virtù, e che mirano alla maggior parte delle cose, e anzi,
meglio ancora, a tutte quelle cose sulle quali deve riflettere
colui che vuole diventare un uomo buono»3.
Sono splendide raffigurazioni che rispecchiano quella
«ambiguità» e quella «ambivalenza strutturale» che
caratterizza non solo il messaggio di Socrate, ma il metodo
stesso dell’ironia con cui egli lo comunica, e addirittura il suo
modo di essere e di vivere, come vedremo a più riprese.
Socrate stesso si qualificava come «strano», ossia
stravagante e fuori dal normale (átopos), come Platone
ribadisce più volte. E poneva il fine della sua ricerca
nell’esame di se stesso «per vedere se non si dia il caso che io
sia una qualche bestia più intricata e pervasa di brame più di
Tifone, o se sia, invece, un essere vivente più mansueto e più
semplice, partecipe per natura di una sorte divina e senza
fumosa arroganza»4.
Avremmo potuto dare a questo libro il titolo: Socrate, chi
sei?, puntando proprio sull’ambiguità dell’espressione, che è
particolarmente eloquente. Infatti, essa esprime, in primo
luogo, una domanda che Socrate pone a se medesimo. Ma, in
secondo luogo, esprime anche una domanda che noi poniamo
proprio a lui. Infatti, per dirla con Nietzsche, Socrate è come
una «problematicissima apparizione dell’antichità»; o, per
dirla con espressioni abbastanza ricorrenti, è una figura
misteriosa che costituisce una sorta di enigma, assai difficile
da risolvere. L’affermazione che Platone stesso mette in bocca
ad Alcibiade è provocatoria ed emblematica a un tempo:
«Dovete sapere che nessuno di voi conosce Socrate»5.
Una caratteristica tipica dei Sileni era la bruttezza fisica, cui
corrisponde in proporzione analoga la bruttezza di Socrate, da
tutti riconosciuta. Ecco come interpretava questa bruttezza di
Socrate uno dei suoi più grandi nemici, ossia Nietzsche: «Per i
suoi natali Socrate apparterrebbe al popolo minuto: Socrate
era plebaglia. È noto, e lo si può vedere anche oggi, quanto
egli fosse brutto. Ma la bruttezza, un’obiezione di per se
stessa, è tra i Greci quasi una confutazione. E Socrate era poi
veramente un Greco? La bruttezza è abbastanza spesso
l’espressione di uno sviluppo ibrido, ostacolato dall’incrocio. In
altri casi essa appare come un’involuzione nello sviluppo. Gli
antropologi che si interessano di criminologia ci dicono che il
delinquente tipico è brutto: monstrum in fronte, monstrum in
animo. Ma il delinquente è un décadent. Era Socrate un
delinquente tipico? Per lo meno a ciò non contraddice quel
famoso giudizio fisionomico che aveva un suono così urtante
per gli amici di Socrate. Uno straniero che si intendeva di
volti, allorché venne ad Atene, disse in faccia a Socrate che
egli era un monstrum – che nascondeva in sé tutti i vizi e le
bramosie peggiori. E Socrate si limitò a rispondere: “Lei mi
conosce, signore!”»6.
Ed ecco come Socrate, con uno straordinario gioco ironico,
capovolgeva la propria bruttezza nel suo contrario, in una
gustosissima scena del Simposio di Senofonte.
Critobulo, famoso per la sua bellezza, viene invitato da Callia
ad accettare di partecipare a una gara, mettendo a confronto
la propria bellezza con quella di Socrate. Critobulo accetta di
rispondere come in un processo alle ragioni che Socrate stesso
avrebbe addotto, chiedendo solo che, prima della votazione
sull’esito della gara, si accostasse la lucerna ai loro volti.
Alla prima domanda di Socrate su ciò che si intende per
bellezza, visto che si dicono belli animali e anche cose
inanimate come uno scudo, una spada e un’asta, Critolulo
risponde che sono belli in quanto servono ai nostri bisogni in
maniera adeguata.
Al che Socrate fa seguire questo gustosissimo ragionamento,
giocato su una straordinaria ambiguità ironica:
– «Allora sai perché ci servono gli occhi?».
– «Per vedere, è chiaro».
– «Se è così, i miei occhi sarebbero più belli dei tuoi».
– «E come?».
– «Perché i tuoi guardano solo diritto, i miei anche per
traverso, giacché sporgono in fuori».
– «Ma allora, secondo te, il granchio ha gli occhi più belli di
tutti gli animali?».
Description:In questo libro "Giovanni Reale" - il massimo studioso italiano di filosofia antica, basandosi rigorosamente sulle fonti ricostruisce la dirompente e scandalosa novità del pensiero socratico e traccia, l'indimenticabile ritratto di un pensatore che scelse la morte per non rinnegare le proprie idee,