Table Of ContentNel1918 usciva a Lisbona una piccola rac
colta di poesie inglesi di Fernando Pessoa.
Il suo titolo era semplice e al tempo stesso
evocativo: 35 Sonnets. Lo scrittore vi aveva
raccolto i suoi sonetti shakespeariani, che aveva
iniziato a comporre dal1910.
Perché Fernando Pessoa, per la sua prima pub
blicazione autonoma, sceglie come modali
tà poetica il sonetto elisabettiano? Egli lo eleg
ge a suo mezzo espressivo perché in sé esso
racchiude molto di ciò che Pessoa voleva far
conoscere della sua poesia nel momento del
suo esordio 'pubblico'. I giochi di parole, le
iperboli, i preziosismi e le subtilezas, supre
ma espressione del desegano secentesco,
immediatamente riconducono i suoi versi
novecenteschi nell'alveo, appunto, di quel 'di
singanno'. La scelta del metro dei poeti
'metafisici' elisabettiani permette al porto
ghese di connotare la sua poesia fin dal
primo sonetto, di disancorarla dalla riflessione
amorosa o dei sensi, per dirigerla verso l'e
spressione dell'inconciliabile divergenza tra
essere e sembrare, alla volta di quella che
potremmo definire la poetica della maschera ...
Dalla prefazione di Ugo Serani
Passigli Poesia
Collana fondata da Mario Luzi
Fernando Pessoa
Trentacinque
sonetti
a cura di
Ugo Serani
Passigli Editori
Titolo originale: 35 Sonnets
IV Edizione
© 1999 Passigli Editori srl
via Chiantigiana 62 - 50012 Bagno a Ripoli (Firenze)
www. passiglieditori .i t [email protected]
PESSOA E LE SUE MASCHERE SHAKESPEARIANE
di Ug o Serani
Nel 1918 usciva a Lisbona, per i tipi di Monteiro &
Co., rua do Ouro 190-192, una piccola raccolta di poesie
inglesi di Fernando Pessoa. Il suo titolo era semplice e al
tempo stesso evocativo: 35 Sonnets. Qui, in nemmeno
venti pagine, lo scrittore aveva raccolto i sonetti shake
speariani che aveva iniziato a comporre a partire dal
1910 '. Durante gli otto anni di gestazione, il loro nume
ro, nei progetti del poeta, variò in maniera considerevole,
fino a superare la soglia degli 80. E anche dopo la pubbli
cazione, le poesie non vennero lasciate al loro destino.
Infatti, presumibilmente intorno al 1920', il poeta sotto
pose a revisione i componimenti su un suo esemplare
dell'edizione a stampa dei 35 Sonnets, per poi riportare
(in bella copia si potrebbe dire) le correzioni su un secon
do esemplare dell'edizione del 1918. Sarà a partire da
questa copia corretta che si dovrà partire per leggere i
sonetti shakeasperiani di Pessoa, in quanto sicuramente
espressione a noi più vicina dell'ultima volontà dell'auto
re. E infatti su questa ultima stesura, cosi come l'ha fissata
Joào Dionisio nella sua edizione, abbiamo basato la pre
sente traduzione italiana.
Ma perché Pessoa scrive e pubblica 35 sonetti in
inglese? Perché preferisce usare una lingua d'adozione, la
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lingua degli studi scolastici, dell'adolescenza a Durban,
del suo lavoro di traduttore commerciale, per esprimere i
turbamenti della sua anima, per parlarci delle maschere
dietro cui si cela l'uomo, per compiangere l'individuo in
balia del suo destino, del Fato? Perché non piuttosto il
portoghese, quella lingua che per lui diviene patria, mi
nha patria é a lingua portuguesa (la mia patria è la lingua
portoghese) farà scrivere al semieteronimo Bernardo Soa
res, unico vero anello che lo lega a una realtà cui si sente
fondamentalmente estraneo?
Perché, inoltre, la scelta di un inglese di tre secoli
prima? Perché il ricorso alla lingua di Shakespeare e al
suo metro, il sonetto bianco? Solo un gioco linguistico? O
non piuttosto una scelta per costituire uno sfondo su cui
inserire idee (e forma) simili a quelli del drammaturgo
inglese e di quei court wits elisabettiani che utilizzarono il
sonetto shakespeariano? Qui sta la chiave per comprende
re l'insolita scelta (ma per Pessoa neppure tanto insolita)
e, soprattutto, per penetrare negli intimi significati dei
suoi sonetti.
Sin dal titolo, infatti, Pessoa si richiama al dramma
turgo inglese. Se l'autore dell'Amleto vede le sue poesie
pubblicate col semplice titolo di Sonnets (Londra 1609), il
poeta portoghese intitola la sua raccolta semplicemente
35 Sonnets. E la scelta metrica, nell'ambito del sonetto,
ricade su quello utilizzato dal commediografo di Strat
ford e dai poeti metafisici elisabettiani: 14 endecasillabi
suddivisi in tre quartine in rima alterna con distico finale,
invece della struttura strofica consueta, 'latina', di due
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quartine seguite da due terzine. E la preferenza linguisti
ca, l'inglese rispetto al portoghese, non si limita a una
scelta di campo generica, ma penetra fin nella cernita
lessicale. Allo you Pessoa preferisce il secentesco thou e
thee, allo your il thy, al does il doth e cosi via.
Dunque una scelta ponderata e anche delimitata cro
nologicamente. Ma perché proprio l'inglese e non piutto
sto un arcaico portoghese del Seicento? Perché non la
lingua di Camòes e le sue rinascimental-manieristiche
forme metriche? }orge de Sena, anch'egli un dislocato
linguistico, costretto a un volontario esilio a Madison
prima e a Santa Barbara poi, suggerisce che si sia trattato
di una scelta difensiva. L'inglese, lingua in cui Pessoa
normalmente scriveva molti dei suoi appunti e che utiliz
zerà per l'ultimo suo rigo in punto di morte («l know not
what tomorrow will bring>>), diviene l'idioma della con
fessione a se stesso: «Pessoa sapeva perfettamente che a
quell'epoca fra i suoi amici o possibili critici non c'era, o
quasi non c'era, chi potesse leggere l'inglese: era quindi
come 'confessarsi' al vento del deserto>>'. Ma la variante
inglese della sua produzione (che non si limita ovviamen
te ai 35 Sonnets) risponde anche al tentativo di costruirsi
una fama di poeta oltre i ristretti, angusti ambiti della
lusofonia. Infatti, come ricorda }orge de Sena, egli inviò i
suoi lavori alla critica britannica la quale, pur riconoscen
do il buon valore letterario di tali opere, non segnalò il
suo autore come avrebbe meritato. Limitandoci ai soli
commenti sui sonetti, sul «T imes Literary Supplement»
del 19 settembre 1918 si legge: «Il dominio di Pessoa
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sulla lingua inglese non è pari alla sua conoscenza dell'in
glese elisabettiano. Egli sembra intriso di Shakespeare; e,
anche se non dovesse aver conosciuto Daniel, John Da
vies di Hereford e gli altri poeti filosofici dell'epoca Tu
dor, la sua affinità con loro è ancora più notevole di
quanto non appaia». O ancora: «l sonetti sono ben fatti
e, se non fosse per certe contorsioni linguistiche, dovute
all'imitazione dei preziosismi shakespeariani, sarebbero
eccellenti»•.
Al di là del tono elogiativo delle critiche, è opportu
no evidenziare il riferimento ai poeti metafisici dell'epoca
tu doriana. L'estensore della nota del « Times Literary
Supplement>) doveva far riferimento a quella divaricazio
ne-opposizione tra essere e sembrare che pervade i 35
Sonnets e che è ben presente quasi ovunque nella poesia
del Pessoa ortonimo cosi come nei Sonnets di Shakespeare
e in quelli dei poeti metafisici elisabettiani. E nella con
trapposizione tra idealità e realtà, rappresentate rispetti
vamente dall'essere e dal sembrare, ricorda Serpieri nella
sua edizione dei Sonetti di Shakespeare, si sviluppa la
poesia elisabettiana: «Si apre un divario irrisolvibile, su
cui tutta l'epoca elisabettiana intensamente si interroga,
vivendolo dalla prospettiva angosciata dell'insorgente re
lativismo epistemico che lo sottrae alla tutela della fede, e
quindi della lettura simbolica del mondo e della intera
vicenda umana. Quel divario non appare più ricomponi
bile sicuramente in un quadro metafisico, e l'essere tende
a recedere senza fine sotto le molteplici forme del sembra
re>)'. Parole che possiamo applicare in toto anche ai so-
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