Table Of ContentVerso la fine dell'economia: apice e collasso del
consumismo
di
Manuel Castelletti
Pubblicato da Fuoco Edizioni in Smashwords
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1^ Edizione Giugno 2013
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Indice
Introduzione
Parte I: “Lo stato dei fatti”
I) L’ossessione per la crescita
I I) La dipendenza dai combustibili fossili
III) Il ruolo strategico delle materie prime minerarie
IV) Pressione demografica, povertà ed urbanizzazione
V) Un mondo da sfamare
VI) La risorsa legno
VII) L’acqua è sempre più scarsa
VIII) La situazione ambientale non è più sostenibile
IX) Riepilogando: undici “punti salienti”
Parte II: “Verso la fine del sistema”
I) Lotta per le risorse naturali
II) Il potere del capitale
III) L’economicizzazione del mondo
IV) Collasso
Parte III: “Decrescita, istruzioni per l’uso”
Fonti dei dati e sitografia
Bibliografia
Pubblicazioni ed articoli scientifici
Autore
Introduzione
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La recente crisi economica non sembra più avere fine. Tutto è
iniziato nel luglio del 2007, quando negli Stati Uniti è scoppiata la
bolla immobiliare dei mutui sub prime a causa di una scellerata corsa
all’indebitamento dei cittadini americani che, sperando di ottenere
facili guadagni dal continuo rialzo dei prezzi immobiliari, hanno
contratto mutui per comprare la seconda o la terza casa. Nell’autunno
del 2008 è fallito il colosso finanziario Lehman Borthers e quella che
è seguita è una situazione di stallo a livello mondiale che, nonostante
i massicci stimoli economici messi in campo dalle principali banche
centrali, nessuno sa con precisione quando potrà dirsi superata. Ma
questa crisi ha fatto emergere tutta la fragilità del nostro sistema
economico e così ora dobbiamo fare i conti anche con la crisi del
debito sovrano europeo e il rallentamento dell’economia cinese (che
dipende fortemente dall’export in Europa e Nord America). Nel 2008
il prezzo di praticamente tutte le materie prime (dal petrolio alle
derrate alimentari passando per le materie prime minerarie) si è
impennato e nonostante il quadro macroeconomico sia fortemente
peggiorato rispetto alla situazione pre-crisi, per molte materie prime
siamo tornati ai massimi del 2008. E’ dai due grandi shock petroliferi
degli anni Settanta che l’umanità si domanda se esiste una reale
alternativa ai combustibili fossili, ormai destinati al totale
esaurimento nel giro di qualche decennio, ma la risposta è che per
ora tale alternativa non esiste. Petrolio, carbone e gas naturale
contribuiscono alla produzione dell’87% dell’energia che viene
prodotta sul nostro pianeta e le fonti rinnovabili difficilmente
potranno far fronte alla crescente domanda di energia dovuta
all’affacciarsi dei paesi emergenti sulla scenda mondiale (Cina,
India, Brasile e Russia, ma anche Indonesia, Messico e Arabia
Saudita). Le materie prime minerarie sono alla base dell’economia
mondiale anche se esistono seri problemi legati alla sicurezza della
loro fornitura perché i grandi produttori sono spesso paesi poco
stabili dal punto di vista politico o intenzionati a massimizzare i
vantaggi derivanti dalla posizione monopolistica per motivi geo-
politici o per ottenere facili guadagni (come nel caso della Cina con
le terre rare). L’acqua dolce è diventata una risorsa sovrasfruttata e in
molte regioni del pianeta, nonostante la crescente domanda di acqua
per irrigare i campi (il 70% dell’acqua viene destinata
all’irrigazione), per usi industriali o civici, la quantità d’acqua pro-
capite è destinata a calare, mentre sempre più persone non hanno
accesso all’acqua potabile a causa del crescente inquinamento. Molti
dei paesi che già ora non sono autosufficienti dal punto di vista
alimentare sono quelli che nei prossimi anni vedranno maggiormente
crescere la popolazione e quindi la necessità di importare ulteriore
cibo, in un mondo in cui la superficie destinata all’agricoltura, pari a
circa 1/3 delle terre emerse, per aumentare dovrà necessariamente
passare dall’abbattimento delle ultime foreste del pianeta. L’Asia è il
continente più dipendente dalle importazioni estere di cibo e con il
recente aumento del reddito medio dei suoi abitanti abbiamo assistito
a un vero e proprio boom della domanda mondiale di prodotti di
origine animale, con il risultato che è aumentata la superficie da
destinare alla produzione di cereali e leguminose necessarie alla
produzione di mangimi. Nel 2011 abbiamo raggiunto i 7 miliardi di
abitanti e secondo i demografi, entro il 2025 il nostro pianeta dovrà
fornire tutte le risorse naturali a mantenere lo stile di vita di un
ulteriore miliardo di persone (mentre entro il 2050 avremo superato i
9 miliardi di abitanti). Ogni estate assistiamo al dramma dello
scioglimento della banchisa dell’Artico, segno inequivocabile del
fatto che ci stiamo avviando verso sconvolgimenti del clima che
saranno epocali (l’avanzata della desertificazione, l’aumento dei
fenomeni meteorologici estremi come siccità e inondazioni, lo
scioglimento dei ghiacciai delle principali catene montuose e quindi
la diminuzione della portata dei principali fiumi del pianeta fra le
conseguenze più prevedibili). La principale causa di questo
fenomeno è però da attribuirsi all’attività dell’uomo; infatti, ad ogni
aumento del PIL mondiale si immettono nell’atmosfera ulteriori
quantità di gas serra (anidride carbonica, metano,
cluorofluorocarburi, eccetera), responsabili del riscaldamento del
pianeta. Sempre a causa dell’attività dell’uomo stiamo assistendo alla
repentina perdita della biodiversità, con l’allarmante esaurimento
delle risorse ittiche degli oceani e i fragili ecosistemi tropicali
sempre più a rischio. Infine, un altro effetto collaterale del nostro
modello di sviluppo è rappresentato dagli inquinanti organici
persistenti che – come nel caso delle diossine – si accumulano nella
catena alimentare e comportano vere e proprie epidemie di tumori e
altre gravi malattie.
In un sistema economico basato sulla necessità di una costante
crescita della produzione materiale è evidente che le sempre più
acute crisi che si stanno abbattendo sull’umanità rischiano di portarci
dritti verso il collasso. Oltre alla crisi economica, infatti, esiste
anche una crisi agricola, energetica, delle materie prime minerarie,
socio-demografica, delle risorse idriche e una crisi ambientale.
Viviamo in un sistema socio-economico molto complesso e quindi
tra le cause dell’attuale crisi economica c’è anche la crisi ambientale,
perché l’eccessivo sfruttamento e il rapido deperimento delle risorse
naturali ha portato all’aumento del prezzo degli input e quindi a un
rallentamento della crescita della produzione materiale. Crisi
ambientale che a sua volta dipende dal continuo aumento della
popolazione e della povertà (in termini assoluti), che hanno
aumentato le pressioni per l’accaparramento delle sempre più scarse
risorse del pianeta. Esiste una forte interdipendenza tra le varie crisi
che stiamo vivendo.
Ma alla radice delle innumerevoli crisi che si stanno abbattendo
sull’umanità sembra esserci il comportamento dell’homo
oeconomicus, ovvero quella “razionale stupidità” che ha portato ogni
singolo attore del sistema economico – individui, imprese e stati – ad
agire nel proprio interesse secondo valori prettamente economici
(legati alla massimizzazione dell’accumulo di ricchezza). Perché
quando i valori economici diventano preponderanti, come già
teorizzava Aristotele, si arriva alla disgregazione e quindi alla fine
della società. La tragedia dei beni comuni (la natura è patrimonio
dell’umanità) nasce dalle scelte razionali dei singoli che per il
proprio interesse arrecano danno alla collettività. Ma le perverse
logiche del sistema consumista hanno finito per soggiogare anche
l’uomo che, trovandosi in un perenne stato di insoddisfazione perché
costretto a rincorrere le illusorie promesse della pubblicità – la più
efficace delle leve del sistema produttivo –, è costretto svendere il
proprio tempo e le proprie energie in cambio di una vacua felicità
che durerà giusto il tempo in cui la prossima moda o trovata
tecnologica avrà superato ciò che ci è costato così tanta fatica.
Forse non tutto è perduto, anche se il cambiamento non potrà che
venire da un radicale rovesciamento dei valori correnti in grado di
fermare la folle corsa alla sempre più efficiente e rapida razzia delle
risorse naturali in nome dell’altrettanto sempre più veloce ed
efficiente distruzione di esse.
PARTE I
“La stato dei fatti”
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I L’ossessione per la crescita
A) Rallenta la crescita mondiale ed aumenta il peso degli emergenti
Il PIL – acronimo di Prodotto Interno Lordo –, occupa il posto
d’onore di tutto il discorso economico in quanto essenza stessa
dell’economia, ed è quindi la principale preoccupazione di
governanti ed economisti. Si tratta di una misura, di un indicatore,
che è stato messo appunto a metà del XX secolo dall’economista ed
esperto di contabilità nazionale Simon Kuznets per poter valutare in
modo preciso la ricchezza materiale di una nazione, ovvero il suo
benessere. Dal punto di vista dell’offerta, il PIL è la somma algebrica
del valore aggiunto in un dato periodo di tempo, ovvero una misura
di ciò che viene prodotto (beni e servizi) al netto del costo dei
materiali impiegati. Dal punto di vista della domanda, il PIL è una
misura della spesa finale, ovvero della spesa per i consumi delle
famiglie, per gli investimenti delle imprese e per la spesa pubblica
(per consumi ed investimenti) dello stato. Infine, dal lato della
distribuzione funzionale del reddito, il PIL è l’insieme di tutti i
redditi, ovvero la remunerazione dei fattori produttivi che hanno
concorso alla produzione materiale di beni e servizi. L’intera nostra
società, attraverso le sue istituzioni (i governi centrali e gli enti
locali, le banche centrali, le authority, i tribunali, le camere di
commercio, eccetera) è progettata per favorire e stimolare la crescita,
cioè lo sviluppo dell’economia. Da quando il termine PIL è diventato
sinonimo di economia, è emerso chiaramente quale fosse lo scopo, il
fine della nostra società (una società dominata dall’economia e dai
suoi valori): ovvero la crescita del PIL – cioè una sempre maggiore
produzione di beni e servizi.
Nel 2009 abbiamo assistito ad una contrazione del PIL mondiale pari
al 2,33%, ovvero alla prima battuta d’arresto del treno della crescita
economica dal secondo dopoguerra ad oggi. A luglio del 2007, gli
Stati Uniti, ovvero il paese più ricco al mondo, sono stati colpiti da
quella che forse è stata la più grave crisi finanziaria di sempre,
culminata con il fallimento a fine 2008 del gigante della finanza
Lehman Brothers e tamponata dalle massicce iniezioni di liquidità
delle banche centrali di tutto il mondo. Ma è importante notare come
la recessione mondiale del 2009 ben si intersechi in un processo di
lungo termine, ovvero nel graduale rallentamento della crescita
economica mondiale, fenomeno iniziato con le tensioni legate al
prezzo del petrolio degli anni Settanta (con i due shock petroliferi del
1973 e del 1979), ma sintomo anche di un’economia che sembra aver
esaurito lo slancio iniziale legato all’applicazione su larga scala delle
Description:Un sistema economico fondato sulla crescita illimitata della produzione sta spingendo l’intera umanità verso il collasso a causa dell’esaurimento delle risorse naturali del pianeta. A peggiorare l’attuale crisi economica concorrono tutta una serie di ulteriori crisi (energetica, agricola, del